N°13) L'edicola Giornalaio
(quella che è anche cartoleria)
In questa via vicina al centro, sempre trafficata, a due corsie, forse tre, se si tiene conto dei mezzi pubblici allora tre, c'è un angolo di un palazzo ormai dismesso che non viene più abitato da nessuno nemmeno dai fantasmi dei cuori più sensibili e ribelli.
Questo locale è proprio all'ultimo angolo di questo palazzone buio, forse senz'anima. E' così quel palazzo, che pure il cemento, mano a mano, senza farsi vedere, lento lento, se ne sta andando via, per altri lidi portato via dal vento e dalla pioggia o dalle api, come fosse polline.
Per rendere conto al lettore di quanto sia vuoto quel palazzo si potrà anche dire, che nemmeno l'insegna del probabile inizio dei lavori, targata 1989, è stata mai tolta. Rovine dell'89 testimonierà una voce al momento degli scavi di archeologi moderni, anzi non moderni, come si chiameranno gli archeologi dell'anno 3000? Nessuno lo sa.
Cosa posso dire di avere comprato lì dentro?
Fogli protocollo, colla stick, matite a mina 0.7, la settimana enigmistica per mia madre, l'Astra per mia madre, e poi L'Astra anche per me quando sono cresciuta, carte da regalo per i regali di mia madre e di mia sorella, il sacchettone delle sorprese (era una specie di busta argentata piena di giochini dentro, giochini che nessuno poteva immaginare, se non col tatto), le figurine, le cartellette trasparenti, i fascicoli de Le ricerche, quelli dalla copertina gialla e la scritta in rosso.
Questo lo testimonieranno?
Il proprietario è un signore dai capelli grigi, ben tenuti, che sono sempre stati grigi fin da quando andavo in prima elementare, No, non ce la faccio a parlare di tutto questo, parlerei volentieri della legge sul fumo perché da quando è entrato in vigore il divieto di fumare in certi luoghi pubblici, quando si entrava lì dentro, sicuramente fumava dietro nel magazzino, si pensava subito. Era un posto così minuscolo, che a dir la verità dal momento che il palazzo che continuava era così distrutto mi sono sempre chiesta, a chi pagava l'affitto?
La cosa bella è che era un posto proprio molto piccolo, che si srotolava in verticale, come immaginare un corridoio lungo e stretto dove sul lato destro si sviluppava subito all'entrata la parte giornaleria, così tra i giornali c'era un quadratino libero dove il proprietario saliva su un gradino e diceva <<Mi dica>>, poi finito di prendere i giornali scendeva dal gradino camminava per qualche passo e sbucava di fronte a una scrivania adiacente ai giornali e diceva <<Mi dica, cosa cerca>> e uno distoglieva lo sguardo da lui e fissava la parete dietro piena di penne e fogli e colle, e buste e carte, e altro e anche un pacchetto di sigarette appoggiato vicino a un accendino.
Di lui non so nemmeno il nome ho solo in mente la sua posizione di attesa. Quando entravo a comprare qualcosa, raramente incontravo qualcuno già lì dentro.
Così entravo e lui era sempre lì in piedi, nel silenzio totale appoggiato un po' alla scrivania con le braccia conserte, e quando entravo e lui ti guardava, non si scomponeva subito, ti guardava come se il filo dei suoi pensieri fosse ancora presente dai suoi occhi sulla mia faccia, solo se vicino o alla giornaleria o alla scrivania dicevi <<Salve>>, lui si muoveva.
Poi di lui posso anche dire, che è una persona buona, lo si vedeva lontano un miglio. Cioè magari non era un santo, non dico questo, però da come teneva le braccia, e dai suoi pensieri, che secondo me, ci sono dei giornalai così, soprattutto quelli con una lunga carriera alle spalle, li si vede in faccia che hanno dei pensieri, ma non dei pensieri preoccupanti, si vede solo che la loro occupazione principale è quella avere dei pensieri senza muoversi, come le cose sulla carta stampata.
Così un giorno sono sul tram dodici che vado in biblioteca e il tram si ferma lì davanti e vedo che l'insegna ricoperta dalla plastica nera, quella dei sacconi, come un morto. Ricordo che mi si è pietrificato qualcosa, forse negli occhi, che non li ho chiusi per qualche istante. E poi niente il giorno dopo ancora ripasso e vedo che tutto è stato sgomberato e ora lì, c'è un posto che vende cellulari di quella nota marca in cui la Littizzetto fa il prezzemolo e appare in fotocopia di se stessa.
Cosa dire? Spero che la gente finisca presto di avere qualcosa da dirsi.
N° 12) As.. piglia tutto.
Non potevo non sapere cosa contenesse, nonostante ai passanti non fosse mai venuto in mente di porsi la domanda Ma questo enorme posto cosa contiene?
Ma prima cominciamo dai fatti personali.
La faccenda del sole che sorge che splende che tramonta che di notte scompare e che la mattina ritorna era un tema molto discusso da me e la mia compagna di giochi di quando ero all'asilo o in prima elementare, di nome Carelis.
Tanto che un giorno, a testimonianza della mia corretta scoperta sulla questione sole, avevo fatto un disegno (non prima di essermi accertata empiricamente delle mie ipotesi).
La conclusione espressa nel mio disegno era la seguente: il sole mi segue.
Infatti per tutta la settimana tornando da scuola mi fermavo, cioè facevo fermare la mia babysitter, all'angolo dell’enorme posto che crea la situazione ideale per la mia ipotesi. Mi ero messa come a fare da guardia nel gioco guardie e ladri, spalle al muro, mani incollate, sbirciatina millimetrica da dietro l’angolo del muro. Così ho ripetuto l’esperimento da un lato all'altro, il più in fretta che potevano le mie gambe. Cercavo di nascondermi di arrivare prima del sole dall'altra parte.
Tutto inutile, tutto inutile.. E’ chiaro! Ovvio! Dal sole non si sfugge.
Mentre Carelis, la mia compagna di giochi non è mai stata assolutamente d'accordo. Lei, prima di tutto per mettere in subbuglio tutto il mio pilastro mi dice
Da quel giorno la mia compagna di giochi preferita è stata Valentina, alta quasi come me, anche se la più alta sono sempre io, ma per questo mi piaceva.
Ecco i fatti successivi ai fatti personali.
E’ stato quando mi sono interessata alla mia teoria sul sole che mi sono anche interessata alla mia teoria che secondo me qua dentro ci tengono un aeroplano. Il signore, grasso e grosso dalla canotta sempre blu con catena era sempre all’ingresso. Un ingresso enorme, un portone di ferro e chiodi alto forse 10 metri. Vedevo sempre macchine entrare e persone uscire ma mai il contrario. Così un giorno mentre pioveva senza preavviso, ci siamo riparate, io e la mia babysitter sotto il portone di ferro.
Il signore dalla canotta blu esce senza preavviso anche lui, da una piccola porticina, mai vista prima d’ora.
Dai venite dentro, ci dice. Fuori non finiva più di piovere e la mia babysitter non aveva l’ombrello.
Poi l’enorme posto a un certo punto è sempre stato chiuso. Solo le scritte sui muri enormi sono aumentate. Prima fra tutte era Ascanio 3^C.
Poi dopo mi ha detto che quel posto enorme era uno diventato uno showroom, ma io non ci credevo. Non ho mai visto modelle entrare.
Poi dopo ancora mi ha detto che quel posto enorme ha smesso di essere uno showroom, forse perché non c’erano modelle.
Ora quel posto enorme ha una scritta ancora più enorme di tutte le scritte ed è in rosso. Per la precisione è un numero, questo: 1861, poi di seguito una U, enorme anche quella.
Mi han detto che ora lì dentro ci fanno le pubblicità. A questo ci credo. Infatti tutt’intorno la zona è cosparsa di adesivi di qualche copywriter con sete di affermazione di proprie idee, ovvero di loghi fasulli .
In più ciò ha provocato la nascita di uno nuovo ristorante, di un nuovo bar, e anche di un negozio strano che fa solo chiavi, infatti ha un cartello in vetrina con su scritto Solo chiavi. Tutti negozi questi che hanno preso il posto del N° 4-7-8, (scorri sotto).
Solo una cosa è rimasta e sempre rimarrà uguale, superando tutte le miliardi di secchiate d'imbiancatura dell’agenzia: una scritta bianca sull’enorme muro color caffelatte, che fa così: Ascanio 3^C.
Ascanio, ovunque tu sia, continua così.
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mia sorella. Con quel "prendiamo" era ovvio che a pagare fosse lei, cioè mia madre, cioè non io o mia sorella. Nell'abitudinarietà di certe settimane d'agosto, cioè nel percorrere sempre la stessa strada tornando dalla piscina, ci imbattevamo ogni volta nello stesso angolo di strada a qualche traversa da casa. L'ultima volta che sono entrata fu la sola volta in cui vidi, in tutti gli anni che passavamo di lì, il fantomatico gelataio, quello che da sempre, da dietro il negozio nelle cucine della gelateria Coccinella trasformava il latte, la frutta, lo zucchero e altre cose che non so, in gelato. Tutto da solo.
i Milano erano i semafori rossi. Io e mia sorella avevamo deciso di tornare a piedi, e di attraversare il parco. Il quale mi fece scoprire un po' di cose. La prima fu che inspiegabilmente il tragitto sembra più breve e scorrevole, rispetto al percorso a lato sul marciapiede. La seconda viene qui di seguito. Camminavamo lente lente e senza nemmeno accorgerci ci avvicinammo a delle giostre. Avevamo in mano una macchina da scrivere Olivetti, di quelle portatili ma di quelle anche pesanti. 
detta. Ho alzato gli occhi e come prima cosa ho visto l'orologio, quello che c'è per le strade, verde e bianco. Segnava l'una. Poi nell'insieme dei ragionamenti microscopici mentre cercavo il cellulare per sapere che ora era ho anche notato le travi di legno messe in orizzontale davanti all'entrata di un negozio. "Sono le 16 in punto", ho risposto, e me ne sono andata. Verso lo travi di legno. Io non c'ero mentre svuotavano i locali, ma c'è da dire che hanno fatto un bel lavoro. Non sarà facile parlare di questo posto, è il posto più strano che c'era in tutta la mia zona. Senza contare una certa cioccolateria, che in vetrina espone e vende anche bijoux e collane fatte a mano dalla proprietaria che sta sempre dietro alla cassa a fare le collanine nei momenti di calma. 
N° 6) Era un giorno in cui improvvisamente subito dopo un forte tuono, scoppiò a piovere.
Era un giorno in cui improvvisamente subito dopo un forte tuono, scoppiò a
piovere. Una pioggia contro il sistema, una pioggia di sabato pomeriggio, il giorno rinomato per le compere. Noi, io mia mamma e mia sorella avevamo un ombrello in tre. Un attimo prima passeggiavamo nel corso immerse nelle vetrine, un attimo dopo con l'ombrello che si apriva a fatica per le forti raffiche di vento. Un attimo ancora dopo, mia madre che richiudeva l'ombrello e noi tre sotto l'entrata del negozio da lista nozze. Un negozio tutto bianco, sempre con un vaso enorme di fiori all'ingresso, e io a toccarli ogni volta constatando che non fossero diventati veri. Il pavimento che ricopriva l'entrata, un'entrata onesta, del tipo da non costringere le persone a entrare dentro il negozio, quel pavimento, dicevo, che ricopriva l'entrata, era nero, di plastica, con tante bolle in rilievo, quelle bolle magiche che solo il Rotovash riusciva a pulire con efficacia. E mia madre mi scompigliava i capelli corti, per assicurarsi che non fossero troppo bagnati e io che invece seguivo le goccie che scivolavano giù dall'ombrello fino a fare strane pozzanghere tra le bolle nere del pavimento efficacemente pulito. Dentro non ci sono mai entrata, ma quelle vetrine enormi quell'ingresso democrativo il pavimento a bolle nere, e il vaso dai fiori finti, io ci ero affezionata.
Ho fatto due conti, e mi sono accorta di aver esagerato. Dai due conti fatti è saltato fuori che in un mese ho letto sei libri dello stesso autore. E se uno ha letto pure lui almeno uno di quei libri di quell'autore lì, lo capisce al volo, da come scrivo, che li ho letti, quei libri lì, mannaggia.
N°5) Tra me e me.
Era lì, non potevo far finta che non era lì, perchè era lì. E a me sembrava molto strano che fosse proprio lì, davanti all'uscita della scuola elementare di via morosini. Un nome così strano, ma com'è che nessuno si accorge di questo nome, che per un negozio è così strano, mi dicevo tra me e me mano nella mano con la babysitter mentre tornavamo a casa. E poi, chissà cosa c'è dentro, se ha un nome così, in una parola, come dire, strano, ma mooolto. Era in rosso, tutto in maiuscolo, ogni lettera alle sei era già illuminata, incandescente. DROGHERIA.
Che cosa poi ci va a fare uno, in un negozio con un nome così, mi chiedevo tra me e me mano nella mano con la babysitter.
Che DROGHERIA, senza dirlo a nessuno perchè era solo ancora un minimo sospetto inconfessabile, quel nome lì per un negozio mi sembrava strano, ma mooolto. Poi davanti alla scuola. Cioè per me era ovvio che voleva dire solo quello, la parola DROGHERIA, ma dirlo così, sfacciatamente a tutti, in rosso poi, che lì si compravano quelle cose lì, a me, nel mio piccolo sospetto appena uscita da scuola tra me e me mano nella mano con la babysitter mi pareva, come dire, un po' strano. Poi un giorno ero mano nella mano con un'altra babysitter, e lei quest'altra, aveva bisogno di una cosa che stava dentro quel negozio, quello lì strano davanti all'uscita della scuola elementare di via morosini. e di cosa poteva mai avere bisogno lì dentro? mi chiedevo tra me e me mano nella mano con quell'altra babysitter? così mi diceva che doveva comprare il rosmarino. ma io tra me e me, la storia del rosmarino non ci credevo mica, però non ho detto nulla, ho detto ah, va bene e siamo entrate. e io in quel negozio lì, quando ho visto i cubi di vetro tutti allineati proprio all'altezza dei miei occhi, lì così pieni di caramelle pieni, cubi tanti cubi tutti allineati con caramelle di ogni tipo e forma. io in quel momento lì, mi son detta tra me e me ma nella mano con quell'altra babysitter, che lo sapevo che qui c'era solo un infinità di buonissime caramelle, che palle, le voglio tutte e subito queste caramelle! Ah ora ecco perchè si chiamava DROGHERIA questo negozio ecco perchè, ma io lo sapevo, lo sapevo. mi dicevo tra me e me uscendo dalla DROGHERIA, mano nella mano piene di caramelle, solo caramelle.
N°4) Avevamo molto più da festeggiare, in generale.
La carta rosa salmone non aveva niente a che vedere con il pesce. E nemmeno i
due leoni in piedi sulle zampe anteriori che si ripetevano in orizzonatale e in verticale. Stavano bene però, la carta rosa coi leoni e anche il nastro dorato che con un fiocchetto alla fine, fatto dalle sapienti forbici della signora dalla retina in testa, rendeva speciale il tutto. Ma lo era già, ancora prima di volere che lo fosse. Il tutto era speciale fin dalla mattina del 11 gennaio o del 15 febbraio o del 28 marzo, i nostri compleanni. Le pareti gialle, gli specchi obliqui ad accrescere l'illusione di abbondanza, i pandori sulle teste dei clienti appesi al fianco dei faretti che poi diventano uova di pasqua o calze della befana, la cassiera dalla dentiera semovibile, e il pasticciere che s'intravedeva dalle porte, come quelle da saloon. Quante volte avevo contato lo sfiorarsi delle porte prima di raggiungere l'immobilità fino alla prossima torta pronta da portare in vetrina nelle sapienti mani della signora dalla retina in testa? Non lo so, forse mai. So soltanto che ora Sforzini, la pasticceria più bella che abbia mai visto non c'è più, che il 15 febbraio mia madre non scarta una carta rosa salmone e che quando la luce si spegne e arrivano mia madre e mia sorella con in mano un fuoco di candeline io ho un attimo di tristezza, ma tutto vola via quando la luce si accende e mia madre in fretta stacca le candeline per non fare colare la cera, che la cera poteva anche essere buona se solo accompagnata dalla torta di Sforzini.