Guida Pratica ai Negozi Dimenticati

"Considerate la natura di una città, è un immenso deposito di tempo, il tempo scartato da tutti gli uomini e le donne che hanno vissuto lavorato, e sognato e che sono morti, nelle strade le quali crescono come un essere organico dotato di volontà, si schiudono come i petali di una rosa affondata nel fango, e tuttavia mancano così di evanescenza da preservare il passato a strati casuali, così che questo vicolo è antico mentre il viale che gli corre accanto è costruzione recente, ma ciò nonostante è stato costruito sulle reliquie sprofondate e interrate del più vecchio, forse dell'originale intrico di vicoli che ha dato origine all'intero quartiere."

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sabato, 09 febbraio 2008

N°13) L'edicola Giornalaio
            (quella che è anche cartoleria)

 

In questa via vicina al centro, sempre trafficata, a due corsie, forse tre, se si tiene conto dei mezzi pubblici allora tre, c'è un angolo di un palazzo ormai dismesso che non viene più abitato da nessuno nemmeno dai fantasmi dei cuori più sensibili e ribelli. 
Questo locale è proprio all'ultimo angolo di questo palazzone buio, forse senz'anima. E' così quel palazzo, che pure il cemento, mano a mano, senza farsi vedere, lento lento, se ne sta andando via, per altri lidi portato via dal vento e dalla pioggia o dalle api, come fosse polline.
Per rendere conto al lettore di quanto sia vuoto quel palazzo si potrà anche dire, che nemmeno l'insegna del probabile inizio dei lavori, targata 1989, è stata mai tolta. Rovine dell'89 testimonierà una voce al momento degli scavi di archeologi moderni, anzi non moderni, come si chiameranno gli archeologi dell'anno 3000? Nessuno lo sa.
Cosa posso dire di avere comprato lì dentro?
Fogli protocollo, colla stick, matite a mina 0.7, la settimana enigmistica per mia madre, l'Astra per mia madre, e poi L'Astra anche per me quando sono cresciuta, carte da regalo per i regali di mia madre e di mia sorella, il sacchettone delle sorprese (era una specie di busta argentata piena di giochini dentro, giochini che nessuno poteva immaginare, se non col tatto), le figurine, le cartellette trasparenti, i fascicoli de Le ricerche, quelli dalla copertina gialla e la scritta in rosso.
Questo lo testimonieranno?
Il proprietario è un signore dai capelli grigi, ben tenuti, che sono sempre stati grigi fin da quando andavo in prima elementare, No, non ce la faccio a parlare di tutto questo, parlerei volentieri della legge sul fumo perché da quando è entrato in vigore il divieto di fumare in certi luoghi pubblici, quando si entrava lì dentro, sicuramente fumava dietro nel magazzino, si pensava subito. Era un posto così minuscolo, che a dir la verità dal momento che il palazzo che continuava era così distrutto mi sono sempre chiesta, a chi pagava l'affitto?
La cosa bella è che era un posto proprio molto piccolo, che si srotolava in verticale, come immaginare un corridoio lungo e stretto dove sul lato destro si sviluppava subito all'entrata la parte giornaleria, così tra i giornali c'era un quadratino libero dove il proprietario saliva su un gradino e diceva <<Mi dica>>, poi finito di prendere i giornali scendeva dal gradino camminava per qualche passo e sbucava di fronte a una scrivania adiacente ai giornali e diceva <<Mi dica, cosa cerca>> e uno distoglieva lo sguardo da lui e fissava la parete dietro piena di penne e fogli e colle, e buste e carte, e altro e anche un pacchetto di sigarette appoggiato vicino a un accendino.
Di lui non so nemmeno il nome ho solo in mente la sua posizione di attesa. Quando entravo a comprare qualcosa, raramente incontravo qualcuno già lì dentro.
Così entravo e lui era sempre lì in piedi, nel silenzio totale appoggiato un po' alla scrivania con le braccia conserte, e quando entravo e lui ti guardava, non si scomponeva subito, ti guardava come se il filo dei suoi pensieri fosse ancora presente dai suoi occhi sulla mia faccia, solo se vicino o alla giornaleria o alla scrivania dicevi <<Salve>>, lui si muoveva.
Poi di lui posso anche dire, che è una persona buona, lo si vedeva lontano un miglio. Cioè magari non era un santo, non dico questo, però da come teneva le braccia, e dai suoi pensieri, che secondo me, ci sono dei giornalai così, soprattutto quelli con una lunga carriera alle spalle, li si vede in faccia che hanno dei pensieri, ma non dei pensieri preoccupanti, si vede solo che la loro occupazione principale è quella avere dei pensieri senza muoversi, come le cose sulla carta stampata.
Così un giorno sono sul tram dodici che vado in biblioteca e il tram si ferma lì davanti e vedo che l'insegna ricoperta dalla plastica nera, quella dei sacconi, come un morto. Ricordo che mi si è pietrificato qualcosa, forse negli occhi, che non li ho chiusi per qualche istante. E poi niente il giorno dopo ancora ripasso e vedo che tutto è stato sgomberato e ora lì, c'è un posto che vende cellulari di quella nota marca in cui la Littizzetto fa il prezzemolo e appare in fotocopia di se stessa.
Cosa dire? Spero che la gente finisca presto di avere qualcosa da dirsi.

 


postato da: corridrice alle ore 22:59 | link | commenti (3)
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mercoledì, 29 agosto 2007

N° 12) As.. piglia tutto.

Non potevo non sapere cosa contenesse, nonostante ai passanti non fosse mai venuto in mente di porsi la domanda Ma questo enorme posto cosa contiene?

Ma prima cominciamo dai fatti personali.
La faccenda del sole che sorge che splende che tramonta che di notte scompare e che la mattina ritorna era un tema molto discusso da me e la mia compagna di giochi di quando ero all'asilo o in prima elementare, di nome  Carelis.
Tanto che un giorno, a testimonianza della mia corretta scoperta sulla questione sole, avevo fatto un disegno (non prima di essermi accertata empiricamente delle mie ipotesi).
La conclusione espressa nel mio disegno era la seguente: il sole mi segue.
Infatti per tutta la settimana tornando da scuola mi fermavo, cioè facevo fermare la mia babysitter, all'angolo dell’enorme posto che crea la situazione ideale per la mia ipotesi. Mi ero messa come a fare da guardia nel gioco guardie e ladri, spalle al muro, mani incollate, sbirciatina millimetrica da dietro l’angolo del muro. Così ho ripetuto l’esperimento da un lato all'altro, il più in fretta che potevano le mie gambe. Cercavo di nascondermi di arrivare prima del sole dall'altra parte.
Tutto inutile, tutto inutile.. E’ chiaro! Ovvio! Dal sole non si sfugge.
Mentre Carelis, la mia compagna di giochi non è mai stata assolutamente d'accordo. Lei, prima di tutto per mettere in subbuglio tutto il mio pilastro  mi dice Guarda che il sole segue anche me, quindi come può il sole seguire due persone contemporaneamente? Te lo sei mai chiesta? No, bella domanda. Io invece me lo sono chiesta (e con “invece” si aggiusta bene la montatura degli occhiali sul naso), e ho scoperto che il sole segue sia me che te perché il sole non è solo uno! Ebbene, quello che voglio dire è che ci  sono molti soli, e sono dappertutto. Uno splende qui a scuola dove siamo noi, un'altro che splende a casa dove sta mia mamma.
Da quel giorno la mia compagna di giochi preferita è stata Valentina, alta quasi come me, anche se la più alta sono sempre io, ma per questo mi piaceva.

Ecco i fatti successivi ai fatti personali.
E’ stato quando mi sono interessata alla mia teoria sul sole che mi sono anche interessata alla mia teoria che secondo me qua dentro ci tengono un aeroplano. Il signore, grasso e grosso dalla canotta sempre blu con catena era sempre all’ingresso. Un ingresso enorme, un portone di ferro e chiodi alto forse 10 metri. Vedevo sempre macchine entrare e persone uscire ma mai il contrario. Così un giorno mentre pioveva senza preavviso, ci siamo riparate, io e la mia babysitter sotto il portone di ferro.
Il signore dalla canotta blu esce senza preavviso anche lui, da una piccola porticina, mai vista prima d’ora.
Dai venite dentro, ci dice. Fuori non finiva più di piovere e la mia babysitter non aveva l’ombrello. Entriamo in una specie di gabbiola. Il signore mi fa sedere su una sedia girevole, e dice Le vedi quelle macchine? Sì, le vedo. Sono tutte mie. E l’aereo? Ho pensato. Niente aereo. Deve star volando mentre quelli con le macchine gli regalano le macchine e se vanno in un posto migliore.
Poi l’enorme posto a un certo punto è sempre stato chiuso. Solo le scritte sui muri enormi sono aumentate. Prima fra tutte era Ascanio 3^C.
Poi dopo mi ha detto che quel posto enorme era uno diventato uno showroom, ma io non ci credevo. Non ho mai visto modelle entrare.
Poi dopo ancora mi ha detto che quel posto enorme ha smesso di essere uno showroom, forse perché non c’erano modelle.
Ora quel posto enorme ha una scritta ancora più enorme di tutte le scritte ed è in rosso. Per la precisione è un numero, questo: 1861, poi di seguito una U, enorme anche quella.
Mi han detto che ora lì dentro ci fanno le pubblicità. A questo ci credo. Infatti tutt’intorno la zona è cosparsa di adesivi di qualche copywriter con sete di affermazione di proprie idee, ovvero di loghi fasulli .
In più ciò ha provocato la nascita di uno nuovo ristorante, di un nuovo bar, e anche di un negozio strano che fa solo chiavi, infatti ha un cartello in vetrina con su scritto Solo chiavi. Tutti negozi questi che hanno preso il posto del N° 4-7-8, (scorri sotto).
Solo una cosa è rimasta e sempre rimarrà uguale, superando tutte le miliardi di secchiate d'imbiancatura dell’agenzia: una scritta bianca sull’enorme muro color caffelatte, che fa così: Ascanio 3^C.

Ascanio, ovunque tu sia, continua così.


 

postato da: corridrice alle ore 20:41 | link | commenti (5)
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lunedì, 26 marzo 2007

N°11) La coccinella d'estate.

"Ehi, Ma', ci prendiamo un gelato?"
Questa era la sola frase che metteva d'accordo tutti, cioè me, mia madre e
mia sorella. Con quel "prendiamo" era ovvio che a pagare fosse lei, cioè mia madre, cioè non io o mia sorella. Nell'abitudinarietà di certe settimane d'agosto, cioè nel percorrere sempre la stessa strada tornando dalla piscina, ci imbattevamo ogni volta nello stesso angolo di strada a qualche traversa da casa. L'ultima volta che sono entrata fu la sola volta in cui vidi, in tutti gli anni che passavamo di lì, il fantomatico gelataio, quello che da sempre, da dietro il negozio nelle cucine della gelateria Coccinella trasformava il latte, la frutta, lo zucchero e altre cose che non so, in gelato. Tutto da solo.
"Ha la panna, da mettere sopra?" Questa invece era la sola frase che metteva in disaccordo me col resto del mondo. La risposta era sempre "No", e quel no proveniva dalla moglie del gelatiaio sempre in prima fila, dietro al bancone. Ma quell'ultima volta anche se non sapevo ancora che sarebbe stata l'ultima, a dirmi "No" fu il fantomatico gelataio. Che disse No e poi: "In questo periodo non la faccio perché sono tutti in vacanza e non ne posso nemmeno fare poca per i pochi che sono rimasti. Sarebbe uno spreco."
Silenzio. Io triste. Lui sorride. Fissa mia madre. Mia madre mangia il gelato col cucchiaino, le do una spinta col gomito, le faccio cenno con la testa di guardare il gelataio.
Il gelataio ancora sorride a mia madre. Mia madre lo guarda incrociando le sopracciglia e dice: "Eh, allora ha ragione a non farla." Io allora triste, ancora più triste, ma contenta per il gelataio innamorato di mia madre, scendevo con un salto i due scalini dell'entrata con gli occhi pieni di un futuro di panna pronto ad aspettarmi.
postato da: corridrice alle ore 22:26 | link | commenti (16)
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martedì, 27 febbraio 2007

N°10) Un giro a piedi.

Era un giorno in cui dall'asfalto al cielo la sola cosa che sembrava separare il grigio di Milano erano i semafori rossi. Io e mia sorella avevamo deciso di tornare a piedi, e di attraversare il parco. Il quale mi fece scoprire un po' di cose. La prima fu che inspiegabilmente il tragitto sembra più breve e scorrevole, rispetto al percorso a lato sul marciapiede. La seconda viene qui di seguito. Camminavamo lente lente e senza nemmeno accorgerci ci avvicinammo a delle giostre. Avevamo in mano una macchina da scrivere Olivetti, di quelle portatili ma di quelle anche pesanti. 
All'inizio la giostra mi sembrava chiusa perché era tutta circondata di sbarre da sembrare una specie di saracinesca circolare. Ma poi l'inconfondibile musica e il signore coi capelli bianchi che ci osservava mentre trasportavamo il pesante affare, mi fece d'un
guizzo capire che era aperta. Non posso in cuor mio non riportare la musica che si diffondeva per tutta la giostra vuota e oltre:

Fred Bongusto - Una rotonda sul mare


Una rotonda sul mare
Il nostro disco che suona
Vedo gli amici ballare
Ma tu non sei qui con me.
Amore mio
Dimmi se sei
Triste così come me,
dimmi se chi ci separò
è sempre lì accanto a te
se tu sei felice con lui
o rimpiangi qualcosa di me
io ti penso sempre sai, ti penso..


Io, nel vedere tutto questo mi sono intristita ancora di più, ma non sapevo che il peggio doveva ancora venire. Infatti pochissimo più avanti troviamo due giovani uomini con cappellini gialli plastica in testa e maschera davanti al viso, che stanno con una fiamma ossidrica, smantellando il posto che segnò molte estati della mia infanzia passate a Milano.

I salti! I salti! Ti prego mamma andiamo ai salti?! Mia madre all'inizio diceva No, dai, un'altra volta, ma poi ci finivo sempre. Erano quattro gli elastici rettangolari, uno di fianco all'altro. E in uno di questi c'era sempre qualche bambino davvero bravo che saltava altissimo e che sapeva fare capriole nell'aria.Io li guardavo e m'impegnavo anch'io e dicevo Mamma, guarda? Hai visto?! Mia madre da sotto faceva sì con la testa e mi sorrideva, io la guardavo e le facevo ciao con la mano, e lei prigioniera di  tutte le cose mie che le avevo dato prima di salire sugli elastici tirava fuori una mano e mi faceva ciao anche lei. Poi finiva sempre che mettevo male un piede che prendevo una storta che cadevo che piangevo o che mi graffiavo che mi usciva il sangue da un ditino e che io con tutte e due le mani sul piede facevo Ahi! Ahia!
E si tornava a casa.

Ora quei due uomini davanti ai miei occhi distruggevano le giunture di quell'ammasso di
divertimento. E io non potevo non guardare, ma tirai subito dritto, mentre la schegge scintillanti si spargevano su di una rotonda sul mare.

postato da: corridrice alle ore 13:50 | link | commenti (3)
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martedì, 06 febbraio 2007


N° 9) L'orologio, due travi, e una domanda.
C'è un posto, anzi c'era un posto. Come si fa a dirlo, che ora lo abbattono e io non ci sono mai entrata. Mi spiace proprio.


Oggi un signore mi ha chiesto "Scusi sa che ora è? E' per il grattino." Ah, per il parcheggio, mi son detta. Ho alzato gli occhi e come prima cosa ho visto l'orologio, quello che c'è per le strade, verde e bianco. Segnava l'una. Poi nell'insieme dei ragionamenti microscopici  mentre cercavo il cellulare per sapere che ora era ho anche notato le travi di legno messe in orizzontale davanti all'entrata di un negozio. "Sono le 16 in punto", ho risposto, e me ne sono andata. Verso lo travi di legno. Io non c'ero mentre svuotavano i locali, ma c'è da dire che hanno fatto un bel lavoro. Non sarà facile parlare di questo posto, è il posto più strano che c'era in tutta la mia zona. Senza contare una certa cioccolateria, che in vetrina espone e vende anche bijoux e collane fatte a mano dalla proprietaria che sta sempre dietro alla cassa a fare le collanine nei momenti di calma.
Da fuori era un negozio enorme con finestre a forma di cerchio a metà e vetri sporchissimi. Con sbarre davanti. In pratica non si vedeva niente. Quello che s'intravedeva però era molto. L'insegna era vecchissima e arruginita. Il propietario: una specie di fantasma. Era strano perché tutte le volte che tornavo a casa da scuola ci passavo davanti, e giuro di non aver mai visto nessuno lì dentro, nonostante fosse sempre chiaro che il negozio era aperto. Era un negozio di luci, lampade, lampadari, candelabri con cristalli impolverati. Un sacco di elettricità emanava quel posto. Cinque locali saranno stati, con le luci tutte accese in ogni angolo. E' mai possibile che non sia mai visto il proprietario o un commesso? Che strano, ho pensato. Avrei dovuto entrarci almeno una volta. Lo sapevo. Poi ho visto quelle due travi in orizzonatale, mi sono affacciata e tra le sbarre non c'era più nulla. Solo una specie di forno, sembrava quello per fare il vetro. Ma nessuna traccia di lampada. E' strano anche che non si vedeva mai quel forno da fuori. Troppi interrogativi. Troppi. Meglio non continuare, ci devo pensare.
postato da: corridrice alle ore 21:16 | link | commenti (6)
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sabato, 13 gennaio 2007

N°8) Emozioni: una cartoleria.

Devi andare dal dentista, ma prima devi passare in posta a spedire certi racconti, ma
prima ancora devi comprare una busta per farci contenere proprio i fogli che hai in mano appena stampati dalla fotocopisteria lì di fronte, ma soprattutto non hai tempo? Cosa fai? Ci entri o no in quella diavolo di una cartoleria, snob, piccola, chiaccherina, costosa, ma che ti darà quello che ti serve, ma che forse ti farà arrivare tardi dal dentista? Eh? Dimmi, che fai? Ci entri o no? No? Guarda che poi quelle cartolerie lì, fanno presto a chiudere, potresti non aver più tempo dopo per tornarci. Stai attento. Ci vuoi entrare? Entraci, entraci che poi vedi. E' facile pensare di entrare per uscire belli belli freschi freschi con la propria busta bianca. Eh, mica è così facile. Per prima cosa devi entrare, e non ho mai capito perchè siano così pesanti quelle porte, sempre in vetro, trasparenti, ma con adesivi attaccati sopra. Sapresti ricordare cosa c'è attaccato sopra? No? Ovvio. La porta è così pesante da spingere che già ti sei pentito di averci provato, ad entrare. Poi entri, e come seconda cosa si trova spesso la moquette in questi posti, ma chissenefrega, è un diversivo per farti approdare con nonchalance al punto tre che è la coda. Ad una prima vista, se ti va male, penserai Beh ci sono solo due persone prima di me, che sarà mai. Se ti va bene invece ce n'è una di persona. Ma non importa, ecco il punto quattro che arriva bello bello, e il punto quattro ti dice che può essere anche mezza la persona che c'è prima di te, ma non cambia nulla, perderai tempo. Butta, butta un orecchio e senti su cosa stanno disquisendo quelle due, la cartolaia e la donna con passeggino e bambino prima di te "Salve. Avrei bisogno di una cartelletta trasparente coi buchi." "Ma senta lei, la cartelletta trasparente coi buchi la vuole per i fogli A4 o per i fogli A3?" "Beh guardi sono per mia figlia che frequenta l'asilo, non saprei." "Sa cosa le consiglio?" E chissà mai cosa le consiglierà la cartolaia. Ah! Stai per caso facendo ritardo? Devi per caso chiamare il dentista sul cellulare per dirgli che non riuscirai ad essere alle 12h15 da lui? No, no ma fai pure, senti invece queste "No perchè se va all'asilo spesso fanno disegni su fogli grandi.." "Ah va bene allora mi dia quelle per i fogli A3". Ora in questo caso, dopo che si sono accumalate altre tre persone dopo di te, sarebbe da stupidi mollare tutto e uscire il più presto possibile per andare a farti trapanare i denti. Ora tu devi fare una sola cosa, vuoi che ti dica qual è? Va bene te la dico, tu ora devi dire gentilemente alzare un dito indice, e dire Scusi, poi sorriso poi Ho un po' fretta può darmi una busta di carta? E con nessuna esitazione adesso, che tanto la mamma non c'ha mica i racconti da spedire manco il dentista. La cartolaia, mentre ti guarda e sta per precederti  col suo A3 o A4?, tu le fai subito 4 con le dita, e via che sparisce dietro il magazzino, invece la bimba della mamma con passeggino ha già adocchiato le penne delle Winx e le vuole vedere tutte, mentre la cartolaia torna con un sorrisone e un: "Mi spiace, le ho finite." 
No, no, ma ora tu dimmi.
Il fatto, in tutto questo, è che la cartoleria, quella cartoleria, ora non esiste più e se hai voglia di perdere tempo, non so cosa dirti, gioca alla playstation.

postato da: corridrice alle ore 01:04 | link | commenti (6)
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venerdì, 10 novembre 2006

N° 7) Fa rima con fata.

Aveva un'insegna colorata al neon. Ogni tanto la cambiavano. Probabilmente si tenevano al passo coi tempi. Sicuramente lo sono ancora oggi, al passo, ma non più in Corso Ventidue Marzo. Era un negozio di scarpe di cui non citerò il nome perché quel nome esiste ancora. Posso solo dire che fa rima con fata. Poi vedete voi. Ora, al suo posto c'è un negozio di telefonia. Cioè di tecnologia. Questi, di certo, non si mettono a cambiare la loro insegna ogni mese. Forse sanno già di essere molto più al passo coi tempi delle scarpe che fanno rima con fata. Ieri ho sentito un archeologo dire L'arte non ha progresso. Parlava dell'arte rupestre. Ha ragione. Così pensare che le prime forme di racconto sono questi disegni sui muri, non lo so, forse il professore lo spiegava davvero bene, però pensare a quei disegni mi piace molto, li sento molto vicini, come se la persona che li ha disegnati fosse qui ancora, chissà com'era fatto, mi chiedevo a lezione. Ecco. C'è un'origine diversa da tutto quello che vediamo oggi, questo volevo dire. Questi andavano nelle caverne, disegnavano, forse nemmeno parlavo ma qualcosa li spingeva, ad andare fin lì ea disegnare quello che vedevano che sentivano. Insomma se si entra nel negozio di tecnologia un occhio ben esperto e allenato, potrebbe forse facilmente riconoscere che la disposizione dei locali non è affatto cambiata. Il negozio che fa rima con fata era più bello però. Le scarpe pure erano belle ma non bellissime. La cosa bellissima erano quei cubi di stoffa che se pigiavi la mano sopra era duro ma se ti ci sedevi ci si rimbalzava sopra. Era un effetto molto bello da bambina. Anche stare lì seduta ad aspettare le scarpe e intanto i piedi che dondolavano in attesa. Sto diventando sentimentale ora, la pianto qui.
postato da: corridrice alle ore 23:56 | link | commenti (3)
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lunedì, 02 ottobre 2006

 N° 6) Era un giorno in cui improvvisamente subito dopo un forte tuono, scoppiò a piovere.

Era un giorno in cui improvvisamente subito dopo un forte tuono, scoppiò a piovere. Una pioggia contro il sistema, una pioggia di sabato pomeriggio, il giorno rinomato per le compere. Noi, io mia mamma e mia sorella avevamo un ombrello in tre. Un attimo prima passeggiavamo nel corso immerse nelle vetrine, un attimo dopo con l'ombrello che si apriva a fatica per le forti raffiche di vento. Un attimo ancora dopo, mia madre che richiudeva l'ombrello e noi tre sotto l'entrata del negozio da lista nozze. Un negozio tutto bianco, sempre con un vaso enorme di fiori all'ingresso, e io a toccarli ogni volta constatando che non fossero diventati veri. Il pavimento che ricopriva l'entrata, un'entrata onesta, del tipo da non costringere le persone a entrare dentro il negozio, quel pavimento, dicevo, che ricopriva l'entrata, era nero, di plastica, con tante bolle in rilievo, quelle bolle magiche che solo il Rotovash riusciva a pulire con efficacia. E mia madre mi scompigliava i capelli corti, per assicurarsi che non fossero troppo bagnati e io che invece seguivo le goccie che scivolavano giù dall'ombrello fino a fare strane pozzanghere tra le bolle nere del pavimento efficacemente pulito. Dentro non ci sono mai entrata, ma quelle vetrine enormi quell'ingresso democrativo il pavimento a bolle nere, e il vaso dai fiori finti, io ci ero affezionata.

postato da: corridrice alle ore 21:08 | link | commenti (3)
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lunedì, 25 settembre 2006

Ho fatto due conti, e mi sono accorta di aver esagerato.  Dai due conti fatti è saltato fuori che in un mese ho letto sei libri dello stesso autore. E se uno ha letto pure lui almeno uno di quei libri di quell'autore lì, lo capisce al volo, da come scrivo, che li ho letti, quei libri lì, mannaggia. 

N°5) Tra me e me.

Era lì, non potevo far finta che non era lì, perchè era lì. E a me sembrava molto strano che fosse proprio lì, davanti all'uscita della scuola elementare di via morosini. Un nome così strano, ma com'è che nessuno si accorge di questo nome, che per un negozio è così strano, mi dicevo tra me e me mano nella mano con la babysitter mentre tornavamo a casa. E poi, chissà cosa c'è dentro, se ha un nome così, in una parola, come dire, strano, ma mooolto. Era in rosso, tutto in maiuscolo, ogni lettera alle sei era già illuminata, incandescente. DROGHERIA.
Che cosa poi ci va a fare uno, in un negozio con un nome così, mi chiedevo tra me e me mano nella mano con la babysitter.
Che DROGHERIA, senza dirlo a nessuno perchè era solo ancora un minimo sospetto inconfessabile, quel nome lì per un negozio mi sembrava strano, ma mooolto. Poi davanti alla scuola. Cioè per me era ovvio che voleva dire solo quello, la parola DROGHERIA, ma dirlo così, sfacciatamente a tutti, in rosso poi, che lì si compravano quelle cose lì, a me, nel mio piccolo sospetto appena uscita da scuola tra me e me mano nella mano con la babysitter mi pareva, come dire, un po' strano. Poi un giorno ero mano nella mano con un'altra babysitter, e lei quest'altra, aveva bisogno di una cosa che stava dentro quel negozio, quello lì strano davanti all'uscita della scuola elementare di via morosini. e di cosa poteva mai avere bisogno lì dentro? mi chiedevo tra me e me mano nella mano con quell'altra babysitter? così mi diceva che doveva comprare il rosmarino. ma io tra me e me, la storia del rosmarino non ci credevo mica, però non ho detto nulla, ho detto ah, va bene e siamo entrate. e io in quel negozio lì, quando ho visto i cubi di vetro tutti allineati proprio all'altezza dei miei occhi, lì così pieni di caramelle pieni, cubi tanti cubi tutti allineati con caramelle di ogni tipo e forma. io in quel momento lì, mi son detta tra me e me ma nella mano con quell'altra babysitter, che lo sapevo che qui c'era solo un infinità di buonissime caramelle, che palle, le voglio tutte e subito queste caramelle! Ah ora ecco perchè si chiamava DROGHERIA questo negozio ecco perchè, ma io lo sapevo, lo sapevo. mi dicevo tra me e me uscendo dalla DROGHERIA, mano nella mano piene di caramelle, solo caramelle.  

postato da: corridrice alle ore 23:39 | link | commenti (9)
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martedì, 19 settembre 2006

N°4) Avevamo molto più da festeggiare, in generale.

La carta rosa salmone non aveva niente a che vedere con il pesce. E nemmeno i due leoni in piedi sulle zampe anteriori che si ripetevano in orizzonatale e in verticale. Stavano bene però, la carta rosa coi leoni e anche il nastro dorato che con un fiocchetto alla fine, fatto dalle sapienti forbici della signora dalla retina in testa, rendeva speciale il tutto. Ma lo era già, ancora prima di volere che lo fosse. Il tutto era speciale fin dalla mattina del 11 gennaio o del 15 febbraio o del 28 marzo, i nostri compleanni. Le pareti gialle, gli specchi obliqui ad accrescere l'illusione di abbondanza, i pandori sulle teste dei clienti appesi al fianco dei faretti che poi diventano uova di pasqua o calze della befana, la cassiera dalla dentiera semovibile, e il pasticciere che s'intravedeva dalle porte, come quelle da saloon. Quante volte avevo contato lo sfiorarsi delle porte prima di raggiungere l'immobilità fino alla prossima torta pronta da portare in vetrina nelle sapienti mani della signora dalla retina in testa? Non lo so, forse mai. So soltanto che ora Sforzini, la pasticceria più bella che abbia mai visto non c'è più, che il 15 febbraio mia madre non scarta una carta rosa salmone e che quando la luce si spegne e arrivano mia madre e mia sorella con in mano un fuoco di candeline io ho un attimo di tristezza, ma tutto vola via quando la luce si accende e mia madre in fretta stacca le candeline per non fare colare la cera, che la cera poteva anche essere buona se solo accompagnata dalla torta di Sforzini.

postato da: corridrice alle ore 13:28 | link | commenti (1)
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